NumPy: calcolo numerico vettorizzato#
Nel 2005 Travis Oliphant unisce due librerie rivali (Numeric e Numarray)
in un solo progetto, che l’anno seguente rilascia come NumPy 1.0. È una di
quelle scelte silenziose che cambiano un intero campo: da allora quasi ogni
pezzo dell’ecosistema scientifico di Python (Pandas, scikit-learn, PyTorch,
TensorFlow) poggia, direttamente o no, sulla struttura dati che NumPy
introduce. Quella struttura è l’array N-dimensionale, l’ndarray: una
griglia di numeri che può essere una semplice fila, una tabella, o una pila di
tabelle. Capirlo bene è il prerequisito pratico a tutto il resto del libro: è
il ponte tra la matematica dei vettori e delle matrici e il codice che
addestra i modelli. Quanto a vettorizzato, che sta nel titolo, è la parola
che questa pagina spiega a metà strada: per ora vuol dire fare un conto su un
blocco intero di numeri in una volta sola, invece che su un numero per volta.
L’ndarray: perché non basta una lista#
Python ha già le liste. Perché inventare un altro contenitore di numeri?
Fig. 2.11 Dove stanno davvero i numeri. Nella lista ogni numero è un pacchetto a sé, sparso nella memoria, e per raggiungerlo si segue un rimando per volta; nell’array i valori stanno di fila, e il processore può leggerli a blocchi.#
Quel che Fig. 2.11 mostra è il motivo per cui l’array esiste: scorrere valori messi di fila è l’operazione per cui un processore è costruito, mentre inseguire un rimando alla volta (un rimando è un bigliettino che invece del numero porta scritto l’indirizzo in cui il numero si trova) è quella che gli riesce peggio. Vale la pena essere precisi su chi ne beneficia, perché è una confusione facile e la riprenderemo alla fine della pagina: la compattezza serve al motore interno di NumPy, che è scritto in C (un linguaggio molto più vicino alla macchina di Python, veloce da eseguire e scomodo da scrivere) e che attraversa l’array tutto insieme; non serve a un ciclo scritto in Python.
Una nota di passaggio, perché è la domanda che viene subito: in Python il +
fra due liste non somma i numeri, attacca la seconda in coda alla prima
([1, 2] + [3] fa [1, 2, 3]). Per sommarle davvero, valore per valore,
servirebbe un ciclo scritto a mano, ed è una delle ragioni per cui NumPy
esiste.
Una lista Python è un contenitore generico: può tenere insieme un numero, una stringa e perfino un’altra lista. Questa flessibilità si paga. Per il computer ogni elemento è una scatola separata sparsa nella memoria, e per raddoppiare un milione di numeri deve visitarle una a una, chiedendosi ogni volta «che cos’è questo?».
L’ndarray fa il patto opposto: tutti gli elementi sono dello stesso tipo e
stanno uno accanto all’altro in un blocco compatto di memoria. Perde la
libertà di mescolare tipi diversi, ma in cambio le operazioni sui numeri
diventano corte da scrivere e molto più veloci da eseguire.
Un ndarray è una vista tipizzata su un blocco di memoria: un dtype
omogeneo (per esempio float64 o int32), una forma (shape) e un insieme
di stride che dicono di quanti byte spostarsi per passare all’elemento
successivo lungo ogni asse. Quando gli stride sono esattamente quelli che si
ricavano dalla forma, l’array è contiguo (in ordine C per righe, in ordine
Fortran per colonne) e un ciclo in C può scorrerlo di fila; la contiguità è
quindi una proprietà del modo in cui l’array guarda il buffer, non una sua
definizione, ed è verificabile con .flags (C_CONTIGUOUS, F_CONTIGUOUS).
La distinzione conta: M[:, 0], una delle selezioni di questa pagina, è un
ndarray perfettamente legittimo e non contiguo, e M.T è F-contigua ma
non C-contigua. Questa struttura permette due cose.
Primo: slice e trasposizione sono sempre viste, ricalcoli di stride a costo
zero senza copia dei dati (ed è proprio perché la contiguità non è garantita
che gli stride esistono); reshape è una vista quando la disposizione in
memoria lo consente, altrimenti copia. Secondo: le operazioni
elemento-per-elemento sono delegate a cicli in C compilati e vettorizzati
(istruzioni SIMD), che
saltano l’overhead dell’interprete su ogni iterazione; l’algebra lineare
vera e propria (i prodotti tra matrici) passa invece per librerie BLAS
ottimizzate. È la differenza tra float scatolati sparsi nella heap e un
array C nudo.
Creare un array#
Ci sono pochi modi ricorrenti per far nascere un array; li useremo ovunque.
import numpy as np
np.array([1, 2, 3]) # da una lista Python
np.zeros((2, 3)) # tabella di zeri con 2 righe e 3 colonne
np.ones(4) # vettore di 1 -> array([1., 1., 1., 1.])
np.arange(0, 10, 2) # come range, ma array -> array([0, 2, 4, 6, 8])
np.linspace(0, 1, 5) # 5 punti equispaziati tra 0 e 1 inclusi
rng = np.random.default_rng(0) # generatore con seme, per risultati riproducibili
rng.normal(size=(2, 2)) # tabella 2x2 di numeri casuali "a campana"
Nell’ultima riga size=(2, 2) è un argomento passato con il suo nome, la
scrittura vista nella sezione sulle funzioni: dice quanto dev’essere grande il
risultato. E «a campana» è la forma che si vede disegnando quanti numeri escono
vicino a ciascun valore: quasi tutti vicino allo zero, sempre meno man mano che
ci si allontana, in modo simmetrico. È la distribuzione più comune in natura e
in statistica, e il capitolo di matematica la chiamerà con il suo nome.
La prima riga contiene una parolina che vale la pena guardare: as. import numpy as np vuol dire «importa numpy e, qui dentro, chiamalo np»: è un
soprannome, e da quel momento ogni strumento della libreria si scrive
np.qualcosa. Il soprannome lo sceglie chi scrive (funzionerebbe anche
numpy.array(...), o as npy), ma np per NumPy, pd per Pandas e plt per
Matplotlib sono convenzioni così universali che cambiarle rende il codice
illeggibile agli altri.
Attenzione alle parentesi di np.zeros((2, 3)), che sono due: la funzione
vuole una sola cosa, la forma dell’array, e la forma è una coppia
(righe, colonne), che si scrive fra le sue parentesi. Con un array a una
dimensione la forma è un numero solo e le parentesi doppie non servono, da cui
np.ones(4). L’ordine è sempre quello: prima le righe, poi le colonne.
Due dettagli importanti: arange è pensato per interi e passi, linspace per
dividere un intervallo in un numero esatto di punti (è quello giusto per
disegnare curve). E il generatore casuale moderno si costruisce con
default_rng(seme): fissare il seme rende l’esperimento ripetibile, requisito
minimo di ogni lavoro scientifico serio. Non è una contraddizione: un computer
non sa fare niente a caso, e quei numeri li calcola con una formula che li fa
sembrare casuali (si dicono infatti pseudo-casuali). Il seme è il numero da
cui la formula parte: stesso seme, stessa sequenza, oggi e fra un anno; seme
diverso, sequenza diversa. Zero non ha niente di speciale, è solo il primo
numero che viene in mente.
Indicizzazione e slicing#
Su un array si «affonda la mano» con le stesse parentesi quadre delle liste
(numeri[0] è il primo elemento), ma con più potenza: si indicizzano più
assi insieme, separati da virgola, dove gli assi sono le direzioni lungo
cui l’array si estende (in una tabella: le righe e le colonne).
Fig. 2.12 Lo slicing visto sulla griglia. Il primo indice sceglie fra le righe, il secondo fra le colonne, e i due tagli si incrociano: quel che resta è la selezione.#
Conviene tenere a mente, guardando Fig. 2.12, che nessuna delle tre selezioni copia i dati. Sono viste sullo stesso array in memoria, e scriverci dentro modifica l’originale: è la differenza più insidiosa rispetto alla fetta di una lista, che invece è una copia. Val la pena vederla succedere, perché letta e basta non fa impressione:
lista = [10, 20, 30, 40]
fetta = lista[1:3] # una copia
fetta[0] = 999
lista # -> [10, 20, 30, 40] la lista e' intatta
vettore = np.array([10, 20, 30, 40])
vista = vettore[1:3] # NON una copia: una finestra sugli stessi numeri
vista[0] = 999
vettore # -> array([ 10, 999, 30, 40]) l'array e' cambiato
Non è un difetto, è il motivo per cui NumPy è veloce: una fetta di un array da
un milione di elementi non costa niente, perché non si porta via niente. Ma se
ti serve una copia vera devi chiederla, e si chiede con .copy().
x = np.array([10, 20, 30, 40, 50])
x[0] # np.int64(10) il primo (si conta da zero)
x[-1] # np.int64(50) l'ultimo: gli indici negativi contano dalla fine
x[1:4] # array([20, 30, 40]) slice: da 1 incluso a 4 escluso
M = np.arange(12).reshape(3, 4) # i numeri 0..11 ridisposti in 3 righe e 4 colonne
# con un argomento solo, arange parte da zero;
# reshape attaccato col punto lavora su cio' che
# arange ha appena prodotto, senza dargli un nome
M[1, 2] # np.int64(6) seconda riga, terza colonna: gli indici sono 1 e 2
M[:, 0] # tutte le righe, colonna 0 -> array([0, 4, 8])
M[0] # prima riga intera -> array([0, 1, 2, 3])
Tre convenzioni, in tre righe. Si conta da zero, quindi l’indice 1 è il
secondo elemento e M[1, 2] sta nella seconda riga, terza colonna. Un indice
negativo conta dalla fine, e x[-1] è l’ultimo qualunque sia la lunghezza.
E in una slice il secondo estremo è escluso: x[1:4] dà tre elementi,
non quattro. Sembra una scortesia, ed è la scelta che fa quadrare i conti: la
lunghezza del pezzo è la differenza dei due numeri (\(4-1=3\)), e due fette
scritte di seguito, x[0:3] e x[3:6], si incastrano senza sovrapporsi e
senza buchi.
Sulla forma di ciò che viene stampato: np.int64(10) non è un numero
strano, è il modo in cui NumPy 2 mostra un suo numero intero quando lo si
scrive all’interprete, per dire di che tipo è (x[0] è a tutti gli effetti il
numero 10, e print(x[0]) stampa proprio 10). Chi arriva da un tutorial
scritto per NumPy 1, dove usciva 10 e basta, si trova la differenza qui e in
tutti i punti in cui da un array si estrae un valore singolo.
C’è poi un’indicizzazione che in Python puro richiederebbe un ciclo con if.
L’indicizzazione booleana seleziona gli elementi in base a una condizione. Scrivi la domanda («quali sono maggiori di 25?») e NumPy ti restituisce solo quelli:
x = np.array([10, 20, 30, 40, 50])
x > 25 # array([False, False, True, True, True])
x[x > 25] # array([30, 40, 50]) tieni solo i "True"
y = x.copy() # una copia, per non rovinare x
y[y > 25] = 0 # ...oppure riscrivili tutti in un colpo -> [10 20 0 0 0]
È il modo naturale per filtrare dati: «prendi solo i clienti sopra i 25 anni», «azzera i valori negativi».
Una condizione come x > 25 produce una maschera booleana, un array di
bool della stessa forma. Usata come indice, x[mask] estrae gli elementi
dove la maschera è True, restituendo un array 1-D (una copia, non una
vista). La stessa maschera funziona in assegnazione, x[mask] = 0, e si
compone con gli operatori logici bitwise &, |, ~ (non and/or, che
su array sono ambigui), con ciascun confronto tra parentesi:
x = np.array([10, 20, 30, 40, 50])
x[(x > 15) & (x < 45)] # elementi in (15, 45) -> array([20, 30, 40])
Questa indicizzazione booleana è il pane quotidiano della pulizia dati e sostituisce interi cicli con un’unica espressione dichiarativa.
Broadcasting: sommare forme diverse senza cicli#
Cosa succede se provi a sommare una riga e una colonna di dimensioni diverse? In quasi ogni linguaggio, un errore. In NumPy, il broadcasting: le forme «più piccole» vengono espanse virtualmente finché combaciano (Fig. 2.13).
Fig. 2.13 Broadcasting: una riga \((1\times 4)\) e una colonna \((3\times 1)\) si espandono virtualmente ciascuna lungo la dimensione mancante e si sommano in una matrice \((3\times 4)\). Nessun dato viene davvero copiato in memoria.#
Immagina una tabella da riempire: hai i prezzi base di 4 prodotti (una riga) e 3 sovrapprezzi regionali (una colonna). Vuoi tutte le combinazioni. Invece di un doppio ciclo, allinei riga e colonna e NumPy ripete l’una lungo le righe e l’altra lungo le colonne, calcolando la griglia intera:
a = np.array([10, 20, 30, 40]) # riga: 4 prezzi base
b = np.array([[1], [2], [3]]) # colonna: 3 sovrapprezzi
a + b # tabella 3x4, senza un solo for
# array([[11, 21, 31, 41],
# [12, 22, 32, 42],
# [13, 23, 33, 43]])
Le quadre dentro le quadre di b non sono un vezzo: [1, 2, 3] sarebbe una
riga di tre numeri, mentre [[1], [2], [3]] è fatto di tre righe da un
numero ciascuna, cioè una colonna. Le parentesi esterne racchiudono la
tabella, quelle interne una riga per volta.
La regola pratica: se una delle due forme ha \(1\) dove l’altra ha \(n\), quel lato viene «steso» a \(n\). Il ripetersi è solo apparente: serve a far tornare i conti, non consuma memoria.
Il broadcasting allinea le forme da destra. Due assi sono compatibili se sono uguali oppure se uno dei due vale \(1\): quel lato viene esteso senza copia. Con \(a\) di forma \((4,)\) e \(b\) di forma \((3,1)\):
L’asse mancante di \(a\) viene inserito a sinistra come \(1\), poi ogni asse-\(1\) è
trasmesso lungo l’altra dimensione. Il risultato è equivalente a
\(C_{ij}=a_j+b_i\) ma è calcolato in C, senza materializzare le copie: gli stride
del lato «trasmesso» sono posti a \(0\), così lo stesso dato viene riletto più
volte. È il meccanismo che permette, per esempio, di sottrarre la media di
colonna da un’intera matrice di dati con X - X.mean(axis=0).
Il movimento è più facile da vedere che da descrivere (Fig. 2.14).
Fig. 2.14 Il durante del broadcasting: la riga scende di riga in riga, la colonna attraversa le colonne, e dove sono passate resta una coppia di caselle tratteggiate. Quelle caselle sono letture dello stesso dato, non copie: dodici celle si riempiono a partire da sette numeri soltanto, perché il lato che si stende non viene ricopiato, viene riletto.#
Vettorizzazione: quanto conta davvero#
Il motivo per cui tutto questo esiste è la velocità. «Vettorizzare» significa sostituire un ciclo Python con un’operazione sull’intero array.
import numpy as np
x = np.random.default_rng(0).random(1_000_000)
def raddoppia_loop(v): # la versione "a mano"
out = np.empty_like(v)
for i in range(len(v)):
out[i] = 2 * v[i]
return out
%timeit raddoppia_loop(x) # ~100 millisecondi
%timeit 2 * x # ~0,2 millisecondi
Le ultime due righe non sono Python: %timeit è un comando dei notebook (una
magic di IPython) che cronometra un’istruzione ripetendola molte volte e
riportando media e deviazione standard dei tempi (mean ± std. dev.),
insieme al numero di ripetizioni. In un normale file .py non funziona: lì si
usa il modulo timeit della libreria standard. Su una macchina condivisa la
media è rumorosa e il minimo è una misura più onesta: %timeit -o restituisce
l’oggetto del risultato, il cui campo .best è il tempo migliore.
Le due misure riguardano la stessa cosa (raddoppiare un milione di numeri) ma
la seconda strada è tipicamente centinaia di volte più veloce. La ragione
non è che i numeri stanno vicini: è che nel secondo caso il ciclo sparisce.
Il ciclo Python paga un piccolo pedaggio a ogni giro, un milione di volte;
2 * x è una sola richiesta, e a scorrere il blocco è il motore in C, che quel
pedaggio non lo paga. La regola d’oro con NumPy: se stai scrivendo un for su
un array, quasi sempre esiste un modo per non scriverlo.
Il divario è di due o tre ordini di grandezza (sull’esempio qui sopra: circa \(100\) ms il ciclo, circa \(0{,}2\) ms la forma vettorizzata) e nasce dall’overhead dell’interprete: ogni iterazione in Python comporta controllo di tipo, allocazione di oggetti e dispatch dinamico. La forma vettorizzata sposta il ciclo dentro codice C compilato che opera su memoria contigua, con buona località di cache e, dove disponibile, vettorizzazione SIMD.
Vale la pena essere espliciti su quale dei due fattori pesa, perché la
conclusione sbagliata è a portata di mano: il guadagno non viene dal
contenitore, viene dalla sparizione del ciclo. La prova è misurabile e va nel
verso opposto all’intuizione: lo stesso ciclo Python, che legge un elemento
per volta e scrive in una lista, costa circa il triplo se a leggerlo è un
ndarray invece di una lista (sul milione di elementi qui sopra, dell’ordine
di \(90\) ms contro \(30\) di tempo di CPU; l’unica cosa che cambia fra le due
misure è il contenitore letto). La ragione è che ogni v[i] deve incartare
il numero grezzo in un oggetto np.float64, mentre nella lista quell’oggetto
esiste già. La
contiguità serve al ciclo in C, non a quello in Python: un ndarray non è
veloce perché è un ndarray, è veloce quando lo si tocca tutto in una volta.
Chi «ottimizza» un ciclo Python convertendo la lista in array lo rallenta.
Non è comunque gratis all’infinito: la vettorizzazione può aumentare l’uso di memoria (array temporanei intermedi) e non copre bene ogni algoritmo intrinsecamente sequenziale, ma per l’algebra dei dati è quasi sempre la scelta giusta.
Algebra lineare, in una riga#
Qui i conti del prossimo capitolo (quello di matematica) diventano codice. Se
termini come prodotto scalare o matrice inversa non ti dicono ancora
nulla, nessun problema: verranno spiegati lì, e potrai tornare a rileggere
queste righe. Per ora conta una cosa sola: ogni operazione è una riga.
Prodotto scalare, prodotto matrice-vettore e prodotto tra matrici sono tutti
l’operatore @; np.linalg raccoglie il resto. (Sì, è lo stesso simbolo dei
decoratori: là sta da solo sopra una funzione, qui sta fra due array, e i due
mestieri non hanno niente in comune se non il segno.)
A = np.array([[1., 2.],
[3., 4.]])
v = np.array([1., 1.])
A @ v # prodotto matrice-vettore -> array([3., 7.])
A @ A # prodotto matrice-matrice
v @ v # prodotto scalare -> np.float64(2.0)
np.linalg.norm(v) # norma euclidea
np.linalg.inv(A) # inversa
np.linalg.solve(A, v) # risolve A z = v (piu' stabile dell'inversa)
Un’avvertenza che torna spesso: per risolvere un sistema \(A z = v\) si usa
np.linalg.solve, non inv(A) @ v. Il primo è più preciso e più veloce;
calcolare l’inversa esplicita è quasi sempre uno spreco. Con questi mattoni
(array, broadcasting, vettorizzazione, algebra lineare), abbiamo il
vocabolario per esprimere in poche righe ciò che un modello, sotto, fa milioni
di volte.
Da ricordare
In un
ndarrayi valori sono tutti dello stesso tipo e stanno uno accanto all’altro: è questo che permette di scrivere i conti su tutto il blocco in una volta. La velocità viene da lì, cioè dalforche sparisce, non dal contenitore: unforscritto a mano su unndarrayè più lento dello stessoforsu una lista.array,zeros,ones,arange,linspace,default_rngcreano array; le parentesi quadre ne scelgono un pezzo, e una condizione fra le quadre (x[x > 25]) fa da colino, tenendo solo gli elementi che la soddisfano.Il broadcasting permette di sommare forme diverse: dove una delle due ha un solo elemento, quel lato viene steso quanto serve, senza copiare niente.
Vettorizzare vuol dire sostituire un
forcon un’operazione su tutto l’array: il codice è più corto e da cento a mille volte più veloce, perché il ciclo sparisce.Il segno
@fa i prodotti fra vettori e matrici enp.linalgraccoglie il resto dell’algebra lineare: qui basta sapere che esistono e che ognuno di quei conti è una riga sola, il significato arriva col capitolo di matematica.
Da ricordare
L’
ndarrayè una vista tipizzata su un blocco di memoria, contigua quando gli stride sono quelli della forma: da qui il fatto che una slice resti una vista, e la possibilità di far scendere il ciclo nel codice compilato (che è dove nasce il guadagno, vedi sotto).array,zeros,ones,arange,linspace,default_rngcreano array; slicing e indicizzazione booleana li selezionano senza cicli (lo slicing dà una vista, la maschera booleana una copia).Il broadcasting allinea le forme da destra ed espande gli assi di dimensione \(1\): somma forme diverse senza copiare dati.
Vettorizzare (sostituire un
forcon un’operazione sull’array) rende il codice più corto e da cento a mille volte più veloce (due o tre ordini di grandezza). Il guadagno sta nel ciclo che sparisce, non nel contenitore: unforsu unndarrayè più lento dello stessoforsu una lista.Prodotti e algebra lineare vivono in
@enp.linalg: per i sistemi usasolve, non l’inversa.