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Paesaggi di oggi#

Le reti di Hopfield non si usano più, e nemmeno le macchine di Boltzmann ristrette, le RBM della seconda sezione. Sarebbe facile archiviare l’energia come un pezzo di storia del deep learning, e sarebbe sbagliato: il modo di ragionare è rimasto, e tre luoghi diversi lo praticano oggi correntemente. Nel primo lo si dichiara, e sono i ricercatori che scrivono «modello a energia» nel titolo; negli altri due no, e sono i generatori di immagini e le memorie associative di oggi, che quel linguaggio lo usano senza nominarlo.

Il ritorno dichiarato: modelli a energia sulle immagini#

Il ritorno esplicito arriva nel 2019, quando Yilun Du e Igor Mordatch mostrano che un modello a energia (in inglese energy-based model, che nella letteratura si abbrevia in EBM) si può addestrare su immagini vere, e lo fanno con gli attrezzi della sezione dedicata alla funzione di partizione, senza inventarne di nuovi [DM19].

A calcolare l’altezza del paesaggio, cioè a dare il voto a ogni immagine, c’è una rete convoluzionale come quelle del capitolo sul deep learning: il paesaggio non è disegnato da nessuna parte, esiste solo nel senso che quella rete, per ogni immagine che le si dà, sa dire quanto in alto sta. Le risposte sbagliate su cui alzare il terreno se le fabbrica il modello stesso, lasciando rotolare qualche pallina con la ricetta di Langevin, cioè scendendo lungo la pendenza con addosso un po’ di rumore. E le palline non ripartono da capo ogni volta: si tengono in un serbatoio e riprendono da dove erano arrivate, che è parola per parola l’idea della sezione sulle macchine di Boltzmann, quella con cui si faceva proseguire il sogno invece di rifarlo da capo [Tie08]. Undici anni separano le due cose, e le separa anche la taglia del problema: allora minuscole cifre in bianco e nero, qui fotografie a colori di animali e mezzi di trasporto (l’archivio si chiama CIFAR-10), e più su fino alle immagini di ImageNet.

Gli autori riportano immagini di qualità superiore a quella degli altri modelli che imparano dalle probabilità, e vicina, senza raggiungerla, a quella delle GAN di allora. Ma il valore del lavoro è un altro: mostrare che la famiglia è viva, e mettere in luce la proprietà che le è tipica. Un solo modello serve a generare, a completare immagini a cui manca un pezzo, a segnalare quello che è fuori posto e a mescolare concetti sommando i loro paesaggi.

Quest’ultima merita due numeri, perché è la più bella e la meno ovvia. Si prende il paesaggio di «giovane» e quello di «sorridente» e si sommano le due altezze punto per punto. Una faccia giovane e imbronciata sta a 3 nel primo paesaggio e a 10 nel secondo: sommati, 13, ed è una cima. Una faccia giovane e sorridente sta a 3 e a 2: sommati, 5, ed è ancora una valle. Sopravvivono insomma soltanto le conche che le due richieste hanno in comune, e cercare il punto più basso del paesaggio somma vuol dire cercare una faccia giovane e sorridente. E il riferimento rispetto a cui 13 è una cima e 5 una valle è il paesaggio stesso: contano i confronti fra punti, non i numeri presi da soli.

Tutte queste cose, generare e completare e segnalare e mescolare, sono poi la stessa cosa: andare a stare in basso. Non «nel punto più basso di tutti», che sarebbe la stessa risposta ogni volta: si scende con addosso il rumore, come nella prima delle tre vie, e ogni volta si finisce in una valle diversa. A cambiare, da un mestiere all’altro, è solo il vincolo con cui si scende.

L’anno dopo arriva l’osservazione che ribalta la prospettiva. Will Grathwohl e colleghi notano che un classificatore è già un modello a energia, e nessuno se n’era accorto [GWJ+20].

Una rete che classifica immagini produce, per ogni immagine, un pugno di numeri: uno per classe, tanto più alto quanto più la rete crede in quella classe. Di solito quei numeri si trasformano in percentuali che sommano a cento, si legge la classe vincente e il resto si butta via.

E si butta via più di quel che sembra. Il passaggio alle percentuali guarda solo le differenze fra i punteggi, non quanto sono grandi: i punteggi 8, 2, 1 e i punteggi 9, 3, 2 danno esattamente le stesse percentuali (99,7%, 0,2%, 0,1%), perché sono gli stessi numeri spostati tutti in su di uno. Ma i secondi sono più forti dei primi, e quella forza si perde per strada.

Recuperarla costa poco. La ricetta è: si prende il punteggio più alto e gli si aggiunge una correzione che dipende da quanto gli altri gli stanno vicino, e che vale tanto meno quanto più sono staccati. Con 8, 2, 1 gli altri due sono lontanissimi e la correzione è quasi zero: viene 8,003, cioè il massimo tale e quale. Con 8, 7, 7 gli altri due sono a un passo e la correzione conta: viene 8,55. Tre voci che gridano insieme fanno più chiasso di una sola. Chiamiamolo «quanto forte grida questa immagine».

Perché dovrebbe dirci se l’immagine è tipica? Perché la rete quei punteggi li ha imparati sulle immagini vere, e davanti a quelle grida forte. Davanti a qualcosa che non ha mai visto, invece, nessuna delle sue classi si accende davvero, e i punteggi restano fiacchi tutti quanti. Il grido misura dunque quanto l’immagine somiglia a ciò che la rete conosce, e non quale classe sia. E siccome nel nostro paesaggio le cose sensate stanno in basso, l’energia è quel grido con il segno cambiato: chi grida forte sta in fondo a una valle, chi non grida sta in cima.

Il seguito è la parte interessante. Addestrando la stessa rete a fare bene tutte e due le cose (riconoscere la classe e dare energia bassa alle immagini plausibili) si ottiene un classificatore che sbaglia con più prudenza: quando è incerto lo dice, riconosce di trovarsi davanti a qualcosa che non ha mai visto, ed è più difficile da ingannare con immagini manipolate. La misura di quanto una cosa è plausibile, che sembrava un lusso per generare, si rivela utile per non prendere abbagli.

Il conto però va chiuso, perché una contropartita c’è. Il secondo mestiere si insegna con le palline che rotolano della prima delle tre vie, e quelle ogni tanto scappano: chiedere le due cose insieme rende l’addestramento fragile, e va messo in preventivo. È il difetto di famiglia di tutti i modelli a energia di questo capitolo, non di questo in particolare.

Sia \(f_\theta(\mathbf{x}) \in \mathbb{R}^K\) il vettore dei logit di un classificatore a \(K\) classi. La lettura usuale è \(p_\theta(y \mid \mathbf{x}) = \operatorname{softmax}(f_\theta(\mathbf{x}))_y\). Grathwohl e colleghi osservano che gli stessi logit definiscono anche una densità congiunta, se si pone \(E_\theta(\mathbf{x}, y) = -f_\theta(\mathbf{x})[y]\):

\[ p_\theta(\mathbf{x}, y) = \frac{e^{f_\theta(\mathbf{x})[y]}}{Z(\theta)}, \qquad p_\theta(\mathbf{x}) = \sum_{y} p_\theta(\mathbf{x}, y) = \frac{e^{\operatorname{logsumexp}_y f_\theta(\mathbf{x})[y]}}{Z(\theta)}, \]

dove \(\operatorname{logsumexp}_y f[y] = \log \sum_y e^{f[y]}\) è il massimo «ammorbidito» dei logit (vale sempre almeno quanto il più grande, e un po’ di più quando anche gli altri sono grandi), da cui l’energia marginale \(E_\theta(\mathbf{x}) = -\operatorname{logsumexp}_y f_\theta(\mathbf{x})[y]\) [GWJ+20]. Perché non la si veda mai, in un classificatore normale, è questione di gradienti e non di assenza: la softmax è invariante alla traslazione dei logit, quindi la cross-entropy non vincola il loro livello assoluto, che resta libero di andare dove capita. L’informazione è lì (tanto che il logsumexp di una rete addestrata alla maniera solita si usa così com’è per riconoscere il fuori distribuzione, come mostrano Weitang Liu e colleghi nel 2020); semplicemente nessuno le ha mai chiesto di essere sensata. JEM (Joint Energy-based Model) gliela chiede, massimizzando la log-verosimiglianza congiunta nella forma \(\log p_\theta(\mathbf{x}, y) = \log p_\theta(y \mid \mathbf{x}) + \log p_\theta(\mathbf{x})\): il primo termine è la solita cross-entropy cambiata di segno, il secondo è un EBM addestrato con Langevin e serbatoio, come in [DM19]. Da notare, in un capitolo che ha dedicato una sezione a \(Z\): quel \(Z(\theta)\) esiste solo se \(\int \sum_y e^{f_\theta(\mathbf{x})[y]}\, d\mathbf{x}\) converge, che per una rete convoluzionale qualunque nessuno garantisce. La lettura «un classificatore è un’energia» è sempre vera; la densità che ne segue, sotto condizione. Il risultato riportato è un classificatore con calibrazione migliore, rilevamento di fuori distribuzione più affidabile e maggiore robustezza agli attacchi avversari, al prezzo di un addestramento più fragile, che è il difetto ereditario di tutta la famiglia.

I due ritorni non dichiarati#

Il primo lo abbiamo già incontrato nella sezione sulla funzione di partizione, e vale la pena ripeterlo perché è il ponte più solido di tutto il capitolo: i modelli di diffusione sono modelli a energia che hanno smesso di dirlo. Il compito con cui si addestrano è quello della seconda delle tre vie, quella che rinuncia alle percentuali e impara soltanto la pendenza: «indovina il rumore che ti ho aggiunto» [Vin11].

Quello che imparano, però, non è la pendenza di un paesaggio solo. Un modello di diffusione parte da un’immagine di puro rumore e attraversa mille gradi di sporco decrescente, e a ogni grado corrisponde un paesaggio diverso: quando l’immagine è ancora tutta rumore il paesaggio è liscio, con poche valli larghe in cui è difficile sbagliare direzione; scendendo di grado diventa più dettagliato, con valli più strette, quelle che distinguono un volto dall’altro. Quello che il modello impara, per ogni grado di sporco, è la pendenza del paesaggio corrispondente; e generare è una discesa rumorosa lungo quella successione di paesaggi, parente stretta della dinamica di Langevin [SSDK+21].

«Rumorosa» va preso alla lettera, ed è il punto che il capitolo sulla diffusione misura. A ogni passo si fanno tre mosse: si cancella una scheggia del disturbo, quella che la rete indica; si moltiplica tutta l’immagine per un numero appena sopra uno, che ingrandisce insieme il disegno e lo sporco che lo copre; e si getta sopra una manciata di rumore appena sorteggiato. La terza mossa mette dentro molto più disturbo di quanto la prima ne tolga, e viene da chiedersi come faccia lo sporco a calare. La risposta è in due pezzi. Il primo: la scheggia cancellata è mirata, punta sempre dalla stessa parte giro dopo giro, mentre le manciate di rumore sono sorteggiate ogni volta in una direzione diversa e a lungo andare si disfano fra loro. Piccola e costante batte grande e a casaccio, purché si ripeta abbastanza. Il secondo: la mossa di mezzo, quella che ingrandisce, tira su il disegno e lo sporco insieme, e messa in fila con le altre due fa sì che il disegno cresca mentre il livello di sporco cala. I numeri di quel saldo li misura il capitolo sulla diffusione. Nessuno, comunque, sta togliendo un velo alla volta, ed è esattamente ciò che dice anche la ricetta di Langevin: la pallina non viene accompagnata a valle, viene spinta a valle e scossa insieme.

Attraversare i paesaggi in fila, invece di rotolare in uno solo, è anche il rimedio al guaio della prima via, quella del campionamento: nel paesaggio più dettagliato le valli sono strette e le creste alte, e una pallina lasciata lì resterebbe prigioniera nei dintorni di dove è caduta, per quanto la si scuota. Partire da quello liscio la porta prima nella regione giusta, dove le valli sono larghe e si passa da una all’altra, e solo dopo nei particolari.

Resta una differenza con un modello a energia dichiarato, e conviene dirla per esteso perché è la stessa avvertenza della sezione sulla partizione. Un modello a energia impara l’altezza di ogni punto, e le frecce della discesa si ricavano da quella; un modello di diffusione impara direttamente le frecce, e niente garantisce che esista davvero un paesaggio di cui quelle frecce siano la pendenza (sono le quattro frecce in tondo lungo il bordo di un quadrato, che sembrano un pendio e non lo sono).

Il secondo è più sorprendente, e chiude un cerchio con il capitolo sui Transformer, cioè con l’architettura su cui sono costruiti i modelli di linguaggio. Le reti di Hopfield di oggi non sono quelle del 1982: i neuroni non sono più soltanto accesi o spenti, e soprattutto la formula dell’energia è stata riscritta.

Il primo a riscriverla è Dmitry Krotov con lo stesso Hopfield, nel 2016 [KH16]. Nella formula del 1982 due neuroni si influenzano attraverso il loro prodotto; loro alzano quel prodotto a una potenza, e più alta è la potenza più la memoria è capiente. Con l’esponente più basso della famiglia si ritrova la rete di sempre, in cui la capienza cresce in proporzione al numero di neuroni: raddoppiando i neuroni si raddoppiano i ricordi. Con l’esponente successivo cresce come il quadrato dei neuroni: raddoppiandoli, i ricordi diventano quattro volte tanti.

Mete Demircigil e colleghi, l’anno dopo, spingono la stessa idea fino in fondo [DHLowe+17], e la capienza cambia proprio modo di crescere. La rete del 1982 tiene circa il 14% dei neuroni, cioè guadagna un ricordo ogni sette neuroni in più; questa raddoppia il numero di ricordi ogni due.

E Hubert Ramsauer e colleghi portano il tutto ai valori continui, dove un neurone non è più acceso o spento ma porta un numero qualsiasi, trovando la cosa che nessuno si aspettava [RSchaflL+21]. Il loro articolo si intitola Hopfield Networks is All You Need, «le reti di Hopfield sono tutto ciò che serve», ed è una citazione: il titolo dell’articolo del 2017 che ha introdotto i Transformer era Attention Is All You Need [VSP+17]. La battuta è che si può dire la stessa frase con l’altro nome, perché il conto con cui una di queste memorie richiama un ricordo è, a meno di un passaggio, lo stesso con cui un Transformer presta attenzione. La domanda che si fa alla memoria è quella che nell’attenzione si chiama query, i ricordi in archivio sono le key, e un passo di attenzione è un passo di discesa verso il ricordo più compatibile.

«A meno di un passaggio» non è una formula di cortesia, e vale la pena spendere due righe, perché è il punto in cui la battuta del titolo va presa meno alla lettera di quanto si direbbe. L’identità vale a tre condizioni. La prima: che si faccia un solo passo di aggiornamento, invece di ripetere il passo fino in fondo come farebbe una rete di Hopfield normale. La seconda: che la temperatura della memoria, cioè quanto forte la si scuote, sia fissata esattamente al valore che i Transformer usano per dividere i loro punteggi prima di confrontarli, cioè la radice quadrata della lunghezza dei vettori in gioco. La terza: che quello che la memoria restituisce venga fatto passare per un’ultima moltiplicazione, la stessa che nell’attenzione trasforma i ricordi in ciò che poi viene davvero letto, e che si chiama value. I ricordi grezzi, nella corrispondenza, sono le key; i value sono quegli stessi ricordi dopo quella moltiplicazione.

C’è poi un risultato che questo capitolo tiene volentieri, perché è più interessante della battuta. L’attenzione di un Transformer non è un blocco solo: dentro ogni strato ce ne sono parecchie copie che lavorano in parallelo, e ciascuna copia si chiama testa. Puntando questa lente sulle teste dei Transformer veri, gli autori trovano che nei primi strati la maggior parte di esse non sta richiamando nessun ricordo singolo: sta facendo una media su moltissimi. La discesa c’è sempre; il punto d’arrivo è un ricordo preciso solo quando i ricordi sono ben separati fra loro, e altrimenti è una media. La memoria del 1982 e il meccanismo che regge i modelli di linguaggio parlano dunque la stessa lingua, e la parentela dice sull’attenzione qualcosa di più sfumato, e più informativo, di «è un richiamo di memoria».

Le quattro rinunce#

Chi ha seguito le conferenze di Yann LeCun degli ultimi anni conosce la sua slide delle raccomandazioni: quattro righe, ciascuna una rinuncia, ciascuna con la sua alternativa. Vale la pena metterle in fila, perché sono la mappa del programma di ricerca in cui questo capitolo si inserisce, e perché tre delle quattro toccano cose che il libro ha già trattato.

Quattro righe affiancate, sotto le intestazioni «abbandonare» e «in favore di». A sinistra, in terracotta e precedute da un simbolo di divieto, le cose a cui rinunciare: modelli generativi, modelli probabilistici, metodi contrastivi, reinforcement learning. A destra, in teal e raggiunte da una freccia, le alternative proposte: architetture a incorporamento congiunto, modelli a energia, metodi regolarizzati, controllo predittivo su modello. Sotto ciascuna alternativa, in piccolo e in grigio, una riga che dice dove il libro la tratta o in che cosa consiste.

Fig. 25.4 Le quattro rinunce che ricorrono nelle conferenze di LeCun, ridisegnate. In parole: via i modelli che rifanno il dato pezzo per pezzo, meglio reti che si limitano a confrontare due riassunti; via le probabilità, meglio l’energia; via il mostrare al modello anche gli esempi sbagliati perché impari a respingerli, meglio costruirlo in modo che non possa dire di sì a tutto; via l’imparare per tentativi, meglio pianificare dentro un modello del mondo. L’argomento esteso è in A Path Towards Autonomous Machine Intelligence, il documento di posizione di LeCun del 2022; la seconda riga è la tesi di questo capitolo.#

Le quattro righe di Fig. 25.4 non hanno tutte lo stesso peso, e conviene prenderle una per una, in ordine di solidità: prima la seconda, poi la terza, poi la quarta, e la prima per ultima perché è quella su cui si litiga di più.

La seconda riga, abbandonare il modello probabilistico in favore dei modelli a energia, è quella su cui l’argomento tecnico è più solido, ed è tutto in questo capitolo: misurare il paesaggio intero, il conto che serve per trasformare le altezze in percentuali, non è caro, è impossibile, e moltissimi compiti non l’hanno mai richiesto.

La terza, abbandonare i metodi contrastivi in favore di quelli regolarizzati, è la scelta discussa nella sezione precedente: mostrare al modello dei controesempi, oppure costruirlo in modo che non possa dire di sì a tutto. È una questione di ricerca aperta con risultati da entrambe le parti. L’apprendimento contrastivo ha prodotto sistemi che funzionano molto bene, e la scommessa di chi sta dall’altra parte è che non reggeranno al video, dove il numero di risposte possibili è tale che nessuna quantità di controesempi basterebbe a puntellarlo.

La quarta, sostituire il reinforcement learning con il controllo predittivo basato su modello, dice, nel lessico dei capitoli sull’apprendimento per rinforzo: invece di imparare per tentativi ed errori, costruirsi un modello di come va il mondo e pianificare dentro quello, ricorrendo ai tentativi soltanto per correggere il modello (o il giudice che valuta le mosse) quando la previsione sbaglia.

Il perché di quella riga non sta nella diapositiva, e vale la pena anticiparlo perché è un conto, non un’antipatia. Quando un sistema impara per tentativi, la correzione che riceve alla fine di un tentativo è una quantità sola: è andata bene oppure male. Quando impara guardando, la correzione è grande quanto il pezzo di mondo che stava provando a indovinare, e contata in bit è dell’ordine di centomila volte tanto. È l’argomento che LeCun riassume dicendo che l’apprendimento per rinforzo è la «ciliegina sulla torta» [LeC16], e il capitolo sull’auto-supervisione lo misura per intero, quel conto compreso, insieme alle obiezioni di chi non ci sta.

La prima riga è la più contestata, e non conviene nasconderlo. Rinunciare ai modelli generativi in favore delle architetture a incorporamento congiunto, cioè delle JEPA nominate in apertura di capitolo, quelle che confrontano due riassunti del mondo invece di ridisegnarlo, è una tesi sul modo giusto di costruire un modello del mondo. Non è un verdetto sulla generazione in quanto tale, e i fatti lo mostrano: mentre la slide circolava, i modelli generativi hanno prodotto i generatori di immagini a diffusione e i modelli linguistici che hanno cambiato il dibattito pubblico.

L’argomento di LeCun non è che quei sistemi non funzionino. È che predire ogni pixel costringe la rete a spendere i suoi neuroni e il suo addestramento su dettagli che nessuno potrebbe indovinare, la forma esatta di una foglia mossa dal vento, e che per prevedere il mondo convenga prevedere non i pixel ma il riassunto che la rete se ne fa. È una previsione sul futuro della ricerca, e come tutte le previsioni va tenuta distinta dai risultati che abbiamo in mano. Il capitolo sui world model la prende sul serio proprio perché la tratta così: come una scommessa argomentata, con i suoi risultati e i suoi limiti, non come una profezia.

Da ricordare

  • Un paesaggio si può scavare anche su immagini vere, e allora un solo modello fa quattro mestieri: genera, completa un’immagine a cui manca un pezzo, segnala quello che è fuori posto e mescola concetti. Sono la stessa cosa: cercare il punto più basso, con vincoli diversi.

  • Un classificatore è già un modello a energia senza saperlo: dal più alto dei punteggi che dà alle classi, corretto un poco verso l’alto quando anche gli altri sono alti, si ottiene quanto quell’immagine è plausibile, non quale classe sia. Addestrarlo a fare bene anche questo lo rende più prudente: dice quando è incerto, riconosce le cose mai viste ed è più difficile da ingannare.

  • I modelli di diffusione sono modelli a energia che non lo dichiarano: imparano la pendenza di un paesaggio per ogni grado di sporco, e generare un’immagine è scendere, con addosso il rumore, lungo quella fila di paesaggi, dal più liscio (dove è difficile sbagliare direzione) al più dettagliato.

  • Le reti di Hopfield di oggi tengono in memoria molti più ricordi di quelle del 1982, e il modo in cui li richiamano è, a un passaggio di distanza, l’attenzione dei Transformer: la domanda che si fa alla memoria è la stessa cosa che nell’attenzione decide a quali parole guardare. Con una sorpresa: guardando dentro i Transformer veri con questa lente, la maggior parte delle teste non richiama un ricordo solo, ne fa la media di moltissimi.

  • Le quattro rinunce di Yann LeCun: via i modelli che rifanno il dato pezzo per pezzo (meglio reti che si limitano a confrontare due riassunti, invece di ridisegnare ogni pixel), via le probabilità (meglio l’energia), via il mostrare al modello anche gli esempi sbagliati perché impari a respingerli (meglio costruirlo in modo che non possa dire di sì a tutto, come stringere la porta invece di istruire il buttafuori), via l’imparare per tentativi (meglio pianificare dentro un modello del mondo). La seconda è la tesi di questo capitolo; la prima resta una scommessa, e il capitolo sui modelli del mondo la discute per quello che è.

Da ricordare

  • Gli EBM sulle immagini [DM19] addestrano una rete come \(E_\theta\) con campioni negativi da Langevin e un serbatoio persistente: un solo modello genera, completa, rileva anomalie e compone concetti.

  • JEM [GWJ+20]: un classificatore è già un EBM, con \(E_\theta(\mathbf{x}) = -\operatorname{logsumexp}_y f_\theta(\mathbf{x})[y]\). Addestrarlo anche come tale migliora calibrazione, rilevamento del fuori distribuzione e robustezza.

  • I modelli di diffusione sono modelli a energia che non lo dichiarano: loss di denoising score matching (riponderata per livello di rumore), campo dello score \(-\nabla_{\mathbf{x}} E_t(\mathbf{x})\) a ogni livello \(t\), campionamento parente di Langevin lungo la successione di paesaggi, dal più liscio al più dettagliato. Con la riserva detta nella sezione sulla partizione: imparano le frecce, e che siano la pendenza di una superficie vera nessuno lo garantisce.

  • Le Hopfield moderne hanno energia riprogettata [KH16], capienza esponenziale [DHLowe+17] e, agli stati continui, una regola di aggiornamento che è la scaled dot-product attention [RSchaflL+21]: con \(\beta = 1/\sqrt{d_k}\) (la temperatura inversa coincide col fattore di scala dell’attenzione), un solo passo di aggiornamento e una proiezione dei pattern sui value. Sulle teste vere il punto fisso è raramente un ricordo singolo: nei primi strati è una media su moltissimi pattern, negli strati intermedi compaiono stati metastabili stretti, fino al quasi-richiamo di un ricordo solo, e negli ultimi prevalgono stati metastabili di ampiezza media.

  • Le quattro rinunce di LeCun [LeC22]: generativo → incorporamento congiunto, probabilistico → energia, contrastivo → regolarizzato, RL → controllo predittivo. La seconda è la tesi di questo capitolo; la prima resta una scommessa, e il capitolo sui world model la discute per quello che è.

L’energia, più che un modello, è una lente, ed è come lente che conviene tenerla: un punteggio di compatibilità fra due cose, basso quando stanno bene insieme, e nessun obbligo di trasformarlo in una probabilità. Resta però in sospeso la domanda che questo capitolo ha incontrato a ogni pagina, da dove arrivano gli esempi che tengono alto il resto del paesaggio. «Auto-supervisione» la prende dall’altro capo e chiede da dove venga il segnale di addestramento quando nessuno ha etichettato niente, che è poi la domanda da cui dipende se un modello del genere impara qualcosa o impara a rispondere sempre la stessa cosa.