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NumPy: calcolo numerico vettorizzato#

Una griglia di numeri che può essere una fila, una tabella, o una pila di tabelle. Si chiama array N-dimensionale, ndarray per gli amici, ed è l’oggetto su cui poggia, direttamente o no, ogni pezzo dell’ecosistema scientifico di Python: Pandas, scikit-learn, PyTorch, TensorFlow. È il ponte fra la matematica dei vettori e delle matrici e il codice che addestra i modelli.

Nasce da una riappacificazione. Nel 2005 Travis Oliphant unisce due librerie rivali, Numeric e Numarray, in un solo progetto, che l’anno seguente rilascia come NumPy 1.0: una di quelle scelte silenziose che cambiano un intero campo, perché mettono tutti a parlare la stessa lingua. Quanto a vettorizzato, che sta nel titolo, per ora vuol dire fare un conto su un blocco intero di numeri in una volta sola invece che su un numero per volta.

L’ndarray: perché non basta una lista#

Python ha già le liste. Perché inventare un altro contenitore di numeri?

Due rappresentazioni della memoria a confronto. In alto una lista Python: una sequenza di rimandi, ciascuno dei quali indica un oggetto numerico collocato altrove, sparso nella memoria. In basso un array NumPy: i valori sono scritti uno dopo l'altro in un blocco contiguo, senza intermediari. Due rappresentazioni della memoria a confronto. In alto una lista Python: una sequenza di rimandi, ciascuno dei quali indica un oggetto numerico collocato altrove, sparso nella memoria. In basso un array NumPy: i valori sono scritti uno dopo l'altro in un blocco contiguo, senza intermediari.

Fig. 2.11 Dove stanno davvero i numeri. Nella lista ogni numero è un pacchetto a sé, sparso nella memoria, e per raggiungerlo si segue un rimando per volta; nell’array i valori stanno di fila, e il processore può leggerli a blocchi.#

Quel che Fig. 2.11 mostra è il motivo per cui l’array esiste: scorrere valori messi di fila è l’operazione per cui un processore è costruito, mentre inseguire un rimando alla volta (un rimando è un bigliettino che invece del numero porta scritto l’indirizzo in cui il numero si trova) è quella che gli riesce peggio. Su chi ne beneficia bisogna però essere precisi, perché la confusione è facile e costa cara: la compattezza serve al motore interno di NumPy, che è scritto in C (un linguaggio molto più vicino alla macchina di Python, veloce da eseguire e scomodo da scrivere) e che attraversa l’array tutto insieme; non serve a un ciclo scritto in Python.

Una nota di passaggio, perché è la domanda che viene subito: in Python il + fra due liste non somma i numeri, attacca la seconda in coda alla prima ([1, 2] + [3] fa [1, 2, 3]). Per sommarle davvero, valore per valore, servirebbe un ciclo scritto a mano, ed è una delle ragioni per cui NumPy esiste.

Una lista Python è un contenitore generico: può tenere insieme un numero, una stringa e perfino un’altra lista. Questa flessibilità si paga. Per il computer ogni elemento è una scatola separata sparsa nella memoria, e per raddoppiare un milione di numeri deve visitarle una a una, chiedendosi ogni volta «che cos’è questo?».

L’ndarray fa il patto opposto: tutti gli elementi sono dello stesso tipo e stanno uno accanto all’altro in un blocco compatto di memoria. Perde la libertà di mescolare tipi diversi, ma in cambio le operazioni sui numeri diventano corte da scrivere e molto più veloci da eseguire.

Insieme al blocco viene il passo con cui percorrerlo. Per leggere una colonna di una tabella non serve spostare nessun numero: si cammina sugli stessi valori a passi più lunghi, saltando quelli in mezzo. Così prendere una colonna o una fetta non costruisce niente di nuovo: cambia solo il percorso sul blocco che c’è già.

Un ndarray è una vista tipizzata su un blocco di memoria: un dtype omogeneo (per esempio float64 o int32), una forma (shape) e un insieme di stride che dicono di quanti byte spostarsi per passare all’elemento successivo lungo ogni asse. Quando gli stride sono esattamente quelli che si ricavano dalla forma, l’array è contiguo (in ordine C per righe, in ordine Fortran per colonne) e un ciclo in C può scorrerlo di fila; la contiguità è quindi una proprietà del modo in cui l’array guarda il buffer, non una sua definizione, ed è verificabile con .flags (C_CONTIGUOUS, F_CONTIGUOUS). La distinzione conta: una colonna estratta da una matrice, M[:, 0], è un ndarray perfettamente legittimo e non contiguo, e la trasposta M.T è F-contigua ma non C-contigua. Questa struttura permette due cose. Primo: slice e trasposizione sono sempre viste, ricalcoli di stride a costo zero senza copia dei dati (ed è proprio perché la contiguità non è garantita che gli stride esistono); reshape è una vista quando gli stride della forma nuova si possono ricavare da quelli vecchi, e altrimenti copia. Secondo: le operazioni elemento-per-elemento sono delegate a cicli in C compilati e vettorizzati (istruzioni SIMD), che saltano l’overhead dell’interprete su ogni iterazione; l’algebra lineare vera e propria (i prodotti tra matrici) passa invece per librerie BLAS ottimizzate. È la differenza fra un milione di numeri ciascuno impacchettato nel proprio oggetto, sparsi dove capita, e un array C nudo.

Creare un array#

I modi ricorrenti per far nascere un array sono pochi, e tornano di continuo.

import numpy as np

np.array([1, 2, 3])          # da una lista Python
np.zeros((2, 3))             # tabella di zeri con 2 righe e 3 colonne
np.ones(4)                   # vettore di 1 -> array([1., 1., 1., 1.])
np.arange(0, 10, 2)          # come range, ma array -> array([0, 2, 4, 6, 8])
np.linspace(0, 1, 5)         # 5 punti equispaziati tra 0 e 1 inclusi

rng = np.random.default_rng(0)   # generatore con seme, per risultati riproducibili
rng.normal(size=(2, 2))          # tabella 2×2 di numeri casuali "a campana"

Nell’ultima riga size=(2, 2) è un argomento passato con il suo nome, la scrittura vista nella sezione sulle funzioni: dice quanto dev’essere grande il risultato. E «a campana» è la forma che si vede disegnando quanti numeri escono vicino a ciascun valore: quasi tutti vicino allo zero, sempre meno man mano che ci si allontana, in modo simmetrico. È la distribuzione più comune in natura e in statistica: si chiama distribuzione normale, o gaussiana, e la sezione di probabilità e statistica le dedica la formula e il grafico.

La prima riga contiene una parolina da guardare: as. import numpy as np vuol dire «importa numpy e, qui dentro, chiamalo np»: è un soprannome, e da quel momento ogni strumento della libreria si scrive np.qualcosa. Il soprannome lo sceglie chi scrive (funzionerebbe anche numpy.array(...), o as npy), ma np per NumPy, pd per Pandas e plt per Matplotlib sono convenzioni così universali che cambiarle rende il codice illeggibile agli altri.

Attenzione alle parentesi di np.zeros((2, 3)), che sono due: la funzione vuole una sola cosa, la forma dell’array, e la forma è una coppia (righe, colonne), che si scrive fra le sue parentesi. Con un array a una dimensione la forma è un numero solo e le parentesi doppie non servono, da cui np.ones(4). L’ordine è sempre quello: prima le righe, poi le colonne. A un array già fatto la forma si può anche chiedere, e si scrive M.shape.

Due dettagli importanti: arange è pensato per interi e passi, linspace per dividere un intervallo in un numero esatto di punti (è quello giusto per disegnare curve). E il generatore casuale moderno si costruisce con default_rng(seme): fissare il seme rende l’esperimento ripetibile, requisito minimo di ogni lavoro scientifico serio. Non è una contraddizione: un computer non sa fare niente a caso, e quei numeri li calcola con una formula che li fa sembrare casuali (si dicono infatti pseudo-casuali). Il seme è il numero da cui la formula parte: stesso seme, stessa sequenza, oggi e sulla macchina di un altro; seme diverso, sequenza diversa. La promessa vale a parità di versione di NumPy, che si riserva di cambiare la formula quando ne trova una migliore, e lo dichiara. Chi deve ritrovare gli stessi numeri fra dieci anni scrive nel lavoro anche la versione. Zero è solo il primo numero che viene in mente, e qualunque altro andrebbe uguale.

Indicizzazione e slicing#

Su un array si «affonda la mano» con le stesse parentesi quadre delle liste (numeri[0] è il primo elemento), ma con più potenza: si indicizzano più assi insieme, separati da virgola, dove gli assi sono le direzioni lungo cui l’array si estende (in una tabella: le righe e le colonne).

Un array di quattro righe per sei colonne disegnato come un'unica griglia, con tre selezioni evidenziate in tre colori diversi e spiegate da una legenda a lato: un'intera riga, un'intera colonna e una sottomatrice due per due presa incrociando un intervallo di righe e uno di colonne. Un array di quattro righe per sei colonne disegnato come un'unica griglia, con tre selezioni evidenziate in tre colori diversi e spiegate da una legenda a lato: un'intera riga, un'intera colonna e una sottomatrice due per due presa incrociando un intervallo di righe e uno di colonne.

Fig. 2.12 Lo slicing visto sulla griglia. Il primo indice sceglie fra le righe, il secondo fra le colonne, e i due tagli si incrociano: quel che resta è la selezione.#

Nessuna delle tre selezioni di Fig. 2.12 copia i dati. Sono viste sullo stesso array in memoria, e scriverci dentro modifica l’originale: è la differenza più insidiosa rispetto alla fetta di una lista, che invece è una copia. Vederla succedere fa un altro effetto che leggerla:

lista = [10, 20, 30, 40]
fetta = lista[1:3]          # una copia
fetta[0] = 999
lista                       # -> [10, 20, 30, 40]   la lista è intatta

vettore = np.array([10, 20, 30, 40])
vista = vettore[1:3]        # NON una copia: una finestra sugli stessi numeri
vista[0] = 999
vettore                     # -> array([ 10, 999,  30,  40])   l'array è cambiato

Non è un difetto, è il motivo per cui NumPy è veloce: una fetta di un array da un milione di elementi non costa niente, perché non si porta via niente. Ma se ti serve una copia vera devi chiederla, e si chiede con .copy().

x = np.array([10, 20, 30, 40, 50])
x[0]        # np.int64(10)  il primo (si conta da zero)
x[-1]       # np.int64(50)  l'ultimo: gli indici negativi contano dalla fine
x[1:4]      # array([20, 30, 40])  slice: da 1 incluso a 4 escluso

M = np.arange(12).reshape(3, 4)   # i numeri 0..11 ridisposti in 3 righe e 4 colonne
                                  # con un argomento solo, arange parte da zero;
                                  # reshape attaccato col punto lavora su ciò che
                                  # arange ha appena prodotto, senza dargli un nome
M[1, 2]     # np.int64(6)  seconda riga, terza colonna: gli indici sono 1 e 2
M[:, 0]     # tutte le righe, colonna 0 -> array([0, 4, 8])
M[0]        # prima riga intera -> array([0, 1, 2, 3])

Tre convenzioni, in tre righe. Si conta da zero, quindi l’indice 1 è il secondo elemento e M[1, 2] sta nella seconda riga, terza colonna. Un indice negativo conta dalla fine, e x[-1] è l’ultimo qualunque sia la lunghezza. E in una slice il secondo estremo è escluso, x[1:4] dà tre elementi: vale la stessa regola delle liste, e per la stessa ragione.

Sulla forma di ciò che viene stampato: np.int64(10) non è un numero strano, è il modo in cui NumPy 2 mostra un suo numero intero quando lo si scrive all’interprete, per dire di che tipo è (x[0] è a tutti gli effetti il numero 10, e print(x[0]) stampa proprio 10). Chi arriva da un tutorial scritto per NumPy 1, dove usciva 10 e basta, si trova la differenza qui e in tutti i punti in cui da un array si estrae un valore singolo.

C’è poi un’indicizzazione che in Python puro richiederebbe un ciclo con if.

L’indicizzazione booleana seleziona gli elementi in base a una condizione. Scrivi la domanda («quali sono maggiori di 25?») e NumPy ti restituisce solo quelli:

x = np.array([10, 20, 30, 40, 50])
x > 25            # array([False, False,  True,  True,  True])
x[x > 25]         # array([30, 40, 50])  tieni solo i "True"

Quello che torna è un array nuovo, con dentro ricopiati i valori scelti: qui la regola delle fette non vale, e scriverci sopra non tocca x. Se invece la condizione la metti a sinistra dell’uguale, allora sì che stai scrivendo sull’originale, ed è il modo di correggere un mucchio di valori in un colpo:

x[x > 25] = 0     # array([10, 20,  0,  0,  0])

Le condizioni si possono anche combinare, e ciascuna vuole le sue parentesi attorno: & vuol dire «e», | vuol dire «oppure».

y = np.array([10, 20, 30, 40, 50])
y[(y > 15) & (y < 45)]    # array([20, 30, 40])

È il modo naturale per filtrare dati: «prendi solo i clienti sopra i 25 anni», «azzera i valori negativi».

Una condizione come x > 25 produce una maschera booleana, un array di bool della stessa forma. Usata come indice, x[mask] estrae gli elementi dove la maschera è True restituendo un array 1-D, ed è sempre una copia: gli elementi scelti in generale non stanno a passo costante, quindi non esiste nessuno stride che li descriva, e senza stride non c’è vista. Copia anche quando il passo per caso ci sarebbe, perché la regola guarda la forma dell’indicizzazione e non i valori della maschera. La stessa maschera funziona in assegnazione, x[mask] = 0, che invece scrive sul buffer originale.

Gli operatori con cui le maschere si compongono sono quelli bitwise &, |, ~, e non and/or, che su un array solleverebbero ValueError: The truth value of an array ... is ambiguous, perché pretendono un solo True o False da un oggetto che ne contiene molti. Le parentesi attorno a ciascun confronto non sono uno scrupolo di stile: & lega più stretto di >, quindi x > 15 & x < 45 verrebbe letto come x > (15 & x) < 45, che è un’altra domanda.

Questa indicizzazione booleana è il pane quotidiano della pulizia dati e sostituisce interi cicli con un’unica espressione dichiarativa.

Broadcasting: sommare forme diverse senza cicli#

Cosa succede se provi a sommare una riga e una colonna di dimensioni diverse? In quasi ogni linguaggio, un errore. In NumPy, il broadcasting: le forme «più piccole» vengono espanse virtualmente finché combaciano (Fig. 2.13).

Una riga 1×4 si ripete verso il basso e una colonna 3×1 verso destra, sommandosi in una matrice 3×4. Una riga 1×4 si ripete verso il basso e una colonna 3×1 verso destra, sommandosi in una matrice 3×4.

Fig. 2.13 Broadcasting: una riga \((1\times 4)\) e una colonna \((3\times 1)\) si espandono virtualmente ciascuna lungo la dimensione mancante e si sommano in una matrice \((3\times 4)\). Nessun dato viene davvero copiato in memoria.#

Una tabella da riempire: i prezzi base di 4 prodotti (una riga), i sovrapprezzi di 3 regioni (una colonna), e servono tutte le combinazioni. Invece di un doppio ciclo, allinei riga e colonna e NumPy ripete l’una lungo le righe e l’altra lungo le colonne, calcolando la griglia intera:

a = np.array([10, 20, 30, 40])    # riga: 4 prezzi base
b = np.array([[1], [2], [3]])     # colonna: 3 sovrapprezzi
a + b                             # tabella 3x4, senza un solo for
# array([[11, 21, 31, 41],
#        [12, 22, 32, 42],
#        [13, 23, 33, 43]])

Guarda le quadre di b, che sono doppie: [1, 2, 3] sarebbe una riga di tre numeri, mentre [[1], [2], [3]] è fatto di tre righe da un numero ciascuna, cioè una colonna. Le parentesi esterne racchiudono la tabella, quelle interne una riga per volta.

La regola pratica: se una delle due forme ha \(1\) dove l’altra ha \(n\), quel lato viene «steso» a \(n\). Il ripetersi è solo apparente: serve a far tornare i conti, non consuma memoria.

E se scrivessi anche i sovrapprezzi in riga, tre numeri di fila contro quattro? NumPy si fermerebbe con un errore, e ha ragione lui: nessuno dei due lati vale \(1\), quindi non c’è niente da stendere, e nessuno ha deciso quale sovrapprezzo vada con quale prezzo.

Il broadcasting allinea le forme da destra. Due assi sono compatibili se sono uguali oppure se uno dei due vale \(1\): quel lato viene esteso senza copia. Con a di forma \((4,)\) e b di forma \((3,1)\) (nomi del codice, quindi in tondo: il grassetto matematico è per vettori e matrici, non per gli identificatori di un programma):

\[ (4,) \;\text{ con }\; (3,1) \;\longrightarrow\; (1,4) \;\text{ con }\; (3,1) \;\longrightarrow\; (3,4). \]

L’asse mancante di \(a\) viene inserito a sinistra come \(1\), poi ogni asse-\(1\) è trasmesso lungo l’altra dimensione. Il risultato è equivalente a \(C_{ij}=a_j+b_i\) ma è calcolato in C, senza materializzare le copie: gli stride del lato «trasmesso» sono posti a \(0\), così lo stesso dato viene riletto più volte. Con stride nullo più celle guardano lo stesso byte, e da qui la vista che np.broadcast_to restituisce è in sola lettura: assegnarci dentro solleva ValueError: assignment destination is read-only, perché un’assegnazione non saprebbe quale delle celle sovrapposte debba vincere. È il meccanismo che permette, per esempio, di sottrarre la media di colonna da un’intera matrice di dati con X - X.mean(axis=0).

Il movimento è più facile da vedere che da descrivere (Fig. 2.14).

La riga di quattro numeri scende di riga in riga e la colonna di tre numeri attraversa le colonne; in ogni cella restano due caselle tratteggiate con i valori letti, e la griglia di tre righe per quattro colonne si riempie con le somme. La riga di quattro numeri scende di riga in riga e la colonna di tre numeri attraversa le colonne; in ogni cella restano due caselle tratteggiate con i valori letti, e la griglia di tre righe per quattro colonne si riempie con le somme.

Fig. 2.14 Il durante del broadcasting: la riga scende di riga in riga, la colonna attraversa le colonne, e dove sono passate resta una coppia di caselle tratteggiate. Quelle caselle sono letture dello stesso dato, non copie: dodici celle si riempiono a partire da sette numeri soltanto, perché il lato che si stende viene riletto invece che ricopiato.#

Vettorizzazione: quanto conta davvero#

Il motivo per cui tutto questo esiste è la velocità. «Vettorizzare» significa sostituire un ciclo Python con un’operazione sull’intero array.

import numpy as np

x = np.random.default_rng(0).random(1_000_000)

def raddoppia_loop(v):          # la versione "a mano"
    out = np.empty_like(v)      # empty non azzera: dentro c'è spazzatura,
                                # e tocca al ciclo riempirla tutta
    for i in range(len(v)):
        out[i] = 2 * v[i]
    return out

%timeit raddoppia_loop(x)       # ~100 millisecondi
%timeit 2 * x                   # ~0,2 millisecondi

# e adesso il rovescio, che serve a capire da dove venga il guadagno:
lista = x.tolist()              # gli stessi numeri, in una lista Python
%timeit [2 * v for v in lista]  # ~40 millisecondi
%timeit [2 * v for v in x]      # ~85 millisecondi: stesso ciclo, altro contenitore

%timeit non è un’istruzione del linguaggio. È un comando dei notebook (una magic di IPython, il motore che sta sotto le celle) che cronometra l’istruzione scritta accanto, ripetendola molte volte e riportando il tempo medio e di quanto le singole ripetizioni se ne scostano (mean ± std. dev.), insieme al numero di ripetizioni. In un normale file .py non funziona: lì si usa il modulo timeit della libreria standard.

Le due misure riguardano la stessa cosa (raddoppiare un milione di numeri) ma la seconda strada è tipicamente centinaia di volte più veloce, e la ragione sta tutta nel ciclo che sparisce. Il ciclo Python paga un piccolo pedaggio a ogni giro, un milione di volte; 2 * x è una sola richiesta, e a scorrere il blocco è il motore in C, che quel pedaggio non lo paga. Che i numeri stiano in fila serve a lui, che li prende a manciate, e non a un ciclo scritto in Python. Vale anche il rovescio: se il ciclo lo scrivi comunque, farlo passare su un array invece che su una lista lo rallenta, perché a ogni giro l’array deve chiudere il numero in una scatola che nella lista esisteva già.

Un prezzo però c’è, e si vede solo sui dati grandi: il conto fatto sul blocco intero fabbrica per strada altri blocchi grandi come quello, e quella memoria va trovata. La regola d’oro con NumPy: se stai scrivendo un for su un array, quasi sempre esiste un modo per non scriverlo.

Il divario fra le prime due misure è di due o tre ordini di grandezza (circa \(100\) ms il ciclo, circa \(0{,}2\) ms la forma vettorizzata) e nasce dall’overhead dell’interprete: ogni iterazione in Python comporta controllo di tipo, allocazione di oggetti e dispatch dinamico. La forma vettorizzata sposta il ciclo dentro codice C compilato che opera su memoria contigua, con buona località di cache e, dove disponibile, vettorizzazione SIMD.

Le ultime due misure servono a isolare quale dei due fattori pesi, ed è la domanda su cui la conclusione sbagliata è a portata di mano. Lo stesso ciclo Python, che legge un elemento per volta, impiega dal doppio al triplo del tempo (a seconda della macchina) quando legge da un ndarray invece che da una lista, e fra le due righe l’unica cosa che cambia è il contenitore letto. La ragione è che ogni lettura deve incartare il numero grezzo in un oggetto np.float64, mentre nella lista quell’oggetto esiste già. La contiguità serve al ciclo in C e non a quello in Python: un ndarray è veloce quando lo si tocca tutto in una volta, e chi «ottimizza» un ciclo Python convertendo la lista in array lo rallenta.

Non è comunque gratis all’infinito: la vettorizzazione può aumentare l’uso di memoria (array temporanei intermedi) e non copre bene ogni algoritmo intrinsecamente sequenziale, ma per l’algebra dei dati è quasi sempre la scelta giusta.

Algebra lineare, in una riga#

Qui i conti della sezione di algebra lineare diventano codice, e quello che conta è una cosa sola: ogni operazione è una riga. Prodotto scalare, prodotto matrice-vettore e prodotto fra matrici sono tutti l’operatore @, e np.linalg raccoglie il resto. Che cosa siano un vettore, una matrice e i loro prodotti lo spiega quella sezione.

A = np.array([[1., 2.],
              [3., 4.]])
v = np.array([1., 1.])

A @ v                  # prodotto matrice-vettore -> array([3., 7.])
A @ A                  # prodotto matrice-matrice
v @ v                  # prodotto scalare -> np.float64(2.0)

np.linalg.norm(v)      # norma euclidea
np.linalg.inv(A)       # inversa
np.linalg.solve(A, v)  # risolve A z = v  (più stabile dell'inversa)

Un’avvertenza che torna spesso: per risolvere un sistema \(\mathbf{A}\mathbf{z} = \mathbf{v}\) si usa np.linalg.solve, non inv(A) @ v. Il primo è più preciso e più veloce; calcolare l’inversa esplicita è quasi sempre uno spreco, e la sezione sui sistemi lineari dice quanto costa. Con questi mattoni (array, broadcasting, vettorizzazione, algebra lineare), abbiamo il vocabolario per esprimere in poche righe ciò che un modello, sotto, fa milioni di volte.

Da ricordare

  • In un ndarray i valori sono tutti dello stesso tipo e stanno uno accanto all’altro, ed è la condizione che permette di scrivere il conto sul blocco intero in una volta. Il guadagno però nasce dal for che sparisce, non dal contenitore: un for scritto a mano su un ndarray è più lento dello stesso for su una lista.

  • array, zeros, ones, arange, linspace, default_rng creano array; le parentesi quadre ne scelgono un pezzo, e una condizione fra le quadre (x[x > 25]) fa da colino, tenendo solo gli elementi che la soddisfano.

  • Prendere una fetta di un array non fabbrica niente: è una finestra sugli stessi numeri, e scriverci dentro cambia l’originale (con una lista era il contrario). Il colino invece una copia la fa, e di una fetta la copia si chiede con .copy().

  • Il broadcasting permette di sommare forme diverse: dove una delle due misura 1 e l’altra misura n, quel lato viene steso fino a n, senza copiare niente.

  • Vettorizzare vuol dire sostituire un for con un’operazione su tutto l’array: il codice è più corto e da cento a mille volte più veloce, perché il ciclo sparisce.

  • Il segno @ fa i prodotti fra vettori e matrici e np.linalg raccoglie il resto dell’algebra lineare: qui basta sapere che esistono e che ognuno di quei conti è una riga sola, il significato arriva con la sezione di algebra lineare.

Da ricordare

  • L’ndarray è una vista tipizzata su un blocco di memoria, contigua quando gli stride sono quelli della forma: da qui il fatto che una slice resti una vista, e la possibilità di far scendere il ciclo nel codice compilato, che è dove nasce il guadagno.

  • array, zeros, ones, arange, linspace, default_rng creano array; slicing e indicizzazione booleana li selezionano senza cicli (lo slicing dà una vista, la maschera booleana una copia).

  • Il broadcasting allinea le forme da destra ed espande gli assi di dimensione \(1\): somma forme diverse senza copiare dati.

  • Vettorizzare (sostituire un for con un’operazione sull’array) rende il codice più corto e da cento a mille volte più veloce (due o tre ordini di grandezza). Il guadagno sta nel ciclo che sparisce, non nel contenitore: un for su un ndarray è più lento dello stesso for su una lista.

  • Prodotti e algebra lineare vivono in @ e np.linalg: per i sistemi usa solve, non l’inversa.

Un array però è una griglia di numeri e basta: non sa che la terza colonna è l’età e la quinta la spesa, non sa che a una riga manca un dato, e se le colonne sono di tipi diversi non le può nemmeno tenere insieme. Sui dati veri, che arrivano con nomi, buchi e tipi misti, serve qualcosa che poggi sull’array e ci metta sopra le etichette.